Il 2008 è passato (da un bel pezzo), ma come tutti sapranno, il mio cervello lavora un po' quando gli pare a lui e con la velocità che vuole. Detto ciò, unitamente al fatto che ho intenzionalmente passato le vacanze di Natale con il cervello di cui sopra sotto formalina (bene in vista sul comodino) e al fatto che l'ultimo libro che ho letto nell'anno passato è
High Fidelity di Nick Hornby, è naturale che, in questo momento, in cui le vacanze sono agli sgoccioli, abbia provato a sintetizzare alcuni momenti salienti del 2008 nelle famigerate Top Five tanto amate da Rob Fleming. La prima, tanto per cambiare (ma se vogliamo, anche un omaggio all'attitudine del protagonista di
High Fidelity), è la Top Five delle canzoni del 2008, dei fermoimmagine un po' naif, un po' profondamente freudiani, di momenti di pura vita a gocce. Per comodità, NON sono in ordine "cronologico", nè di presupposta "preferenza".
1) Keane - Is it any wonder?
"These days, after all the misery you made, is it any wonder that I feel afraid, is it any wonder that I feel betrayed?"
Ci ho già scritto qualcosa su questa canzone. Ed evidentemente ha proprio lasciato il segno. Tra l'altro ricorre in un album (
Under the iron sea) in cui le turbolenze che affliggono le amicizie sono rappresentate, per l'appunto, come un mare d'acciaio. Da ricordare, durante la mia festa di laurea, il sottoscritto, già sulla strada dell'ubriachezza molesta, che canta a squarciagola la sopracitata canzone mentre serve l'insalata di riso, davanti alla faccia "a punto interrogativo" del diretto interessato, alle facce divertite degli astanti, e delle facce ancora più divertite di coloro i quali potevano cogliere il fine collegamento.
2) The Verve - Appalachian Springs
"I was wondering if we've got that real soul, you know, the thing you cannot trade or ever own... I took a step to the left, I took a step to the right, and I saw myself and it wasn’t quite right... a step to the dreams, slippin’ out, slippin’ in and out of dreams..."
..che se trovassi il modo, metterei nella citazione anche il finale. Un minuto e trentanove secondi di assoluta poesia musicale, di piccoli muri sonori che si fanno e disfanno continuamente sotto i gentili colpi di fraseggi che sanno di autunno, sigarette e pioggia. Una poesia che oso paragonare alla passeggiata nella Città delle Nubi di Guerre Stellari di Mike Ratledge, in
Out-Bloody-Rageous. Il signor Nick McCabe, chitarrista dei Verve, mi ha insegnato in via del tutto definitiva a parlare con la chitarra, e a colpire al cuore con gentilezza, senza troppi effetti e violenza (se escludiamo una loop station da almeno 300 euro, chiaramente :D). Vedrò di farne veramente tesoro.
Questa canzone, ascoltata massicciamente dalla fine dell'estate, mi ha accompagnato in un viaggio molto particolare, un viaggio che apre a qualcosa di quotidianamente nuovo, un viaggio fatto di notti silenziosissime godute con il sonno, con sigarette fumate fuori al freddo e con film visti sotto le coperte (senza addormentarmi, cosa che patologicamente mi affligge), un viaggio di timidi approcci con la realtà adulta delle conferenze (ommioddio) e conclusosi con quel libro di Carver trovato sulla scrivania al mio ritorno.
3) Mgmt - Time to pretend
"I'm feeling rough, I'm feeling raw, I'm in the prime of my life... This is our decision, to live fast and die young, we've got the vision, now let's have some fun. Yeah, it's overwhelming, but what else can we do? Get jobs in offices, and wake up for the morning commute? Forget about our mothers and our friends, we're fated to pretend".
L'estate inoltrata. Il post-laurea, le macchine di nuovo lanciate nel cuore della notte alla ricerca di non si sa cosa, non si sa chi. L'irresistibile richiamo verso abbandono alle situazioni, alle emozioni sparate in cielo nel cuore della notte come stelle filanti. La necessità di esorcizzare le delusioni cocenti, di lasciarle entrare a poco a poco per non farsene travolgere. La spiaggia, la chitarra e il fuoco. L'ardente volontà di ricominciare da capo, parando colpo dopo colpo. O dio, il testo di questa canzone è così maledettamente chiaro e limpido, ma i pezzi del puzzle che mi forma in testa mi fregano continuamente e non vogliono mai combaciare, danzano davanti ai miei occhi in un suono synth edonistico che non conosce pace.
4) Baustelle - Charlie fa il surf
"Io non voglio crescere, andate a farvi fottere".
Chiaro, semplice e conciso. Non basta? :-) Certo, sembra strano in un anno in cui ho inanellato laurea e dottorato, però è così. Mi sento un po' allergico alle situazioni freddamente formali. Certamente ho smussato un po' alcuni lati troppo cazzari del mio carattere, però in certi momenti continuo ancora a sentirmi a disagio. E poi voglio dire, il traguardo professionale (parolone, ma da qui a tre anni è un'eternità) non coincide necessariamente con una stabilità emotiva. Lì c'è ancora molto da lavorare. Senza paroxetina, senza sacrificare piccoli spazi e momenti, senza pretendere di essere una persona matura. Avere quindici anni come Charlie significa ricercare una propria attitudine, significa studiare nello stesso pomeriggio derivate parziali e metriche tardoimperiali e rilievi del Pergamonmuseum; significa cercare di mantenere la propria mente nell'elasticità, senza troppe fisse mentali e con una buona dose di incoscienza. Non voglio la sindrome di Peter Pan; voglio solo continuare a cantare
Love Affair senza patetica nostalgia per il passato.
E' questione di equilibrio, non è mica facile.
5) Afterhours - Riprendere Berlino
"Luce del mattino, luce di un giorno strano, pensavi di essere perso, e cambia il tuo destino... non sarebbe bello non farci più del male? E non sarebbe bello se capitasse a noi?"
Voglio dire. Non è la classica canzone come
It's a long way to Tipperary che non puoi non dedicare a un viaggio in Irlanda. Questa canzone, oltre a citare Berlino in punta di piedi, quasi come una mitica città da conquistare, affresca con pennellate ora vaghe, ora precise, lo stato d'animo con il quale ho (finalmente :D) preso quell'aereo, con quei coretti ho sfrecciato attraverso le nuvole.
Leggeri nel testo,
leggeri di fatto. Non ricordo se l'ho mai detto ai miei compagni di viaggio, ma li ho veramente amati :D.