Sono un neurone impazzito in rotta di collisione contro un muro di etere...
La musica. Non è così banale. La musica, la musica che fugge le forme cristalline e proporzionate delle regole dell'arte plastica, e per questo regina di tutte le arti. La musica delle disarmonie, del flusso imprevedibile di momenti che si susseguono senza un senso logico. E' la musica del caos vitale e del continuo divenire, della sensibilità dionisiaca che non riesce ad assecondare il comune anelito di deformare l'informe nell'armonia, l'apollineo desiderio di accettare l'esistenza con la paura dell'assurdo e del tragico sempre incombente...
FACEVA quei sogni da quando era bambino. Riguardavano un passato indistinto e forse mai esistito. In posti sconosciuti e rassicuranti, con presenze amiche. Tepore, attesa, ordine, desideri, eccitazione, stanze luminose e calde, bambini che giocavano, voci remote e familiari, serenità, profumi di cibo e di pulito. Nostalgia un po' malinconica, e dolce. Erano sogni ricorrenti. Non c'era una vera storia, o personaggi riconoscibili, o posti noti. Eppure, quello era lo strano, gli sembrava di essere a casa, in quei sogni.

GIANRICO CAROFIGLIO, "IL PASSATO E' UNA TERRA STRANIERA".

In primo piano

Federico Rampini.
Una voce "autorevole" sulla questione cinese. Per non ripetere continuamente davanti alle ingiustizie del mondo: "E' colpa della Cina".

Calyx.
L'ombra (che ha fatto storia) di una cattedrale che aveva già fatto storia arriva fino ai giorni nostri..
what we're waiting for.
supernova578@hotmail.com
uno Stealth di Forza Italia

"Come ride with me
through the veins of history
I'll show you a god
who falls asleep on the job"

Muse, Knights of Cydonia

Varie

Io non mi faccio inciabattare.

Basta! Parlamento pulito

Anch'io mi devasto sparandomi un bel BloggerTour

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immagini coming soon.. non vi dimenticherò eh! :)

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martedì, giugno 30, 2009

Rollrollrollrollroll.


"Ignavo. Il tormentone degli ultimi anni".


...


Quattro pagine volate sotto le dita - in qualche modo.


Paragrafi interi, pixel in successione disordinata sotto i miei occhi un po' stanchi e distratti.


E poi, perchè mi sono bloccato? Perchè il mio dito si è alzato di scatto?


Forse perchè dopo sterminati racconti pieni di immagini, ho trovato qualcosa di più essenziale.


In fin dei conti, ci sono arrivato. E non mi chiedere perchè ci sia arrivato così speditamente.


Ma è il destino.


In fin dei conti, è 30 giugno per tutti, no?


13:42 | plink | commenti
lunedì, marzo 09, 2009

Achille e la tartaruga.

Emozione e sensazione si rincorrono. Senza soluzione. Senza via d'uscita.

Un cenno, uno strattone, e poi via nella notte. Nella fredda fredda notte.

00:04 | plink | commenti (1)
sabato, febbraio 28, 2009

Tempo fa, questo blog nacque e in esso, pensieri immediati, nella loro complessità, prendevano forma. Attualmente il sottoscritto, seppure alla ricerca di una complessità (macro- o micro- che sia), ha qualche ostacolo fra sè e la realizzazione di quell'intento (inconscio) primigenio. Semplicemente, non ci riesce. La vita è sempre frammentata e, in questo astolfico inventario in cui affiorano qua e là pietre miliari, scorrono pensieri che rischiano di perdersi se non trovano post-it su cui fissarsi, anche temporaneamente. Non ho più voglia di dare in pasto alla Rete pensieri grezzi a volte poco consistenti, però credo ancora che ogni tanto condividerli possa solo giovare. Tanti saluti a chi ancora passa di qua.

19:10 | plink | commenti
lunedì, gennaio 26, 2009

"Ok è un loop, però..."

La polvere si alzava, al suono secco degli zoccoli del possente cavallo.
La luna argentina sorrideva maliziosa nella notte. I suoi fiochi raggi presero a danzare con i finissimi granellini di polvere.
Uno dei granellini si posò sul guanto, ormai distrutto, del Cavaliere.
Il Cavaliere osservò il granellino, che luccicava come un brillante nella notte della duna.
Il cavallo procedeva da solo, sembrava non aver bisogno di essere guidato o spronato. Tuttavia, il Cavaliere non voleva rinunciare al contegno del suo ordine. Avrebbe voluto rimirare il brillante che gli si era adagiato sulla mano da vicino, avrebbe voluto osservare le fluttuazioni degli infiniti mondi che, in un momento solo, si facevano e disfacevano in quel minuscolo luccichio.
Ma non poteva.
Il Cavaliere sentì il peso di mille universi sul dorso della mano e, mantenendo la postura delle parate marziali che lo accompagnavano da tempo immemore, proseguì la sua marcia nella notte e nel silenzio, rotto ogni tanto da un passo del suo cavallo che affondava più pesantemente nella sabbia della duna.
Scivolava dentro e fuori dai suoi sogni. Dentro e fuori.

01:54 | plink | commenti (1)
venerdì, gennaio 09, 2009

 "Riprendete il vostro denaro, señor Maioranos. E' troppo sporco di sangue".
 "Siete povero".
 "Che cosa ne sapete?"
 Prese la banconota, la lisciò tra le dita affusolate e la mise con gesto indifferente nella tasca interna della giacca. Si morse il labbro con i denti bianchissimi che si hanno sempre quando la pelle è scura.
 "Non avrei potuto dirvi più di ciò che vi dissi la mattina in cui mi accompagnaste a Tijuana. Vi offrii l'opportunità di chiamare la polizia e farmi arrestare".
 "Non ce l'ho con voi. Siate fatto così e basta. Per molto tempo non riuscii affatto a capirvi. Avevate bei modi e ottime qualità, ma c'era qualcosa che non andava. Avevate i vostri criteri morali e li rispettavate, ma erano individualistici. Non avevano alcun rapporto con qualsiasi sorta di etica o di scrupoli. Eravate un simpatico ragazzo perchè di indole buona. Ma vi sentivate a vostro agio tanto con i delinquenti e gli arruffoni quanto con le persone oneste. Purchè i delinquenti parlassero un buon inglese e sapessero stare a tavola. Siete un disfattista morale. Forse è colpa della guerra, forse siete nato così. [...] Avete avuto molto da me, Terry. In cambio di un sorriso, e di un cenno col capo e di un saluto fatto con la mano e di qualche minuto di serenità in un bar silenzioso, di quando in quando. E' stato bello finchè è durato. Arrivederci, amigo. Non vi dico addio. Vi dissi addio quando significava qualcosa. Vi dissi addio in un momento di tristezza e di solitudine, quando sembrava definitivo".
 "Sono tornato troppo tardi", mormorò. "Questi interventi di chirurgia plastica richiedono tempo".
 "Non sareste tornato affatto se non vi avessi stanato".
Ebbe improvvisamente un luccichio di lacrime negli occhi e si rimise in fretta gli occhiali scuri.
 "Non sapevo quel che avrei fatto", disse. "Non avevo deciso. Volevano che non vi dicessi nulla. Non avevo preso una decisione, ecco tutto".
 "Non state a crucciarvi, Terry. Troverete sempre qualcuno che agirà per voi. [...] Siete un bravissimo ragazzo sotto molti aspetti. Non vi giudico. Non l'ho mai fatto. E' solo che non esistete più. Ve ne siete andato da molto tempo. Avete bei vestiti, e siete profumato ed elegante come una sgualdrina da cinquanta dollari".
 "E' soltanto una finzione", disse in tono quasi disperato.
 "La cosa vi eccita, non è vero?"
 Le labbra gli si incurvarono in un sorriso triste. Alzò le spalle con una mossa espressiva e tutta latina.
 "Naturalmente. Non c'è altro che la finzione. Non esiste nient'altro. Qui dentro", e si toccò il petto con l'accendino, "non c'è nulla. Ne ho abbastanza, Marlowe. E' da un pezzo che ne ho abbastanza. Bene... ora è tutto chiaro, credo".
 Si alzò. Mi alzai. Mi tese una mano magra. La strinsi.
 "Arrivederci, señor Maioranos. E' stato un piacere conoscervi... sia pure fuggevolmente".
 "Addio".
 Si voltò, attraversò la stanza ed uscì. Guardai la porta che si chiudeva. Ascoltai i suoi passi che si allontanavano nel corridoio dal pavimento in finto marmo. Dopo qualche attimo divennero fiochi, poi non udii più nulla. Continuai ugualmente ad ascoltare. Per quale ragione? Desideravo forse che si fermasse, improvvisamente, e si voltasse e tornasse indietro a parlarmi, a scacciare da me l'amarezza che provavo? Bene, non lo fece. E non lo vidi mai più.

Raymond Chandler,
Il lungo addio

02:11 | plink | commenti
lunedì, gennaio 05, 2009

Top five #1.

Il 2008 è passato (da un bel pezzo), ma come tutti sapranno, il mio cervello lavora un po' quando gli pare a lui e con la velocità che vuole. Detto ciò, unitamente al fatto che ho intenzionalmente passato le vacanze di Natale con il cervello di cui sopra sotto formalina (bene in vista sul comodino) e al fatto che l'ultimo libro che ho letto nell'anno passato è High Fidelity di Nick Hornby, è naturale che, in questo momento, in cui le vacanze sono agli sgoccioli, abbia provato a sintetizzare alcuni momenti salienti del 2008 nelle famigerate Top Five tanto amate da Rob Fleming. La prima, tanto per cambiare (ma se vogliamo, anche un omaggio all'attitudine del protagonista di High Fidelity), è la Top Five delle canzoni del 2008, dei fermoimmagine un po' naif, un po' profondamente freudiani, di momenti di pura vita a gocce. Per comodità, NON sono in ordine "cronologico", nè di presupposta "preferenza".

1) Keane - Is it any wonder?
"These days, after all the misery you made, is it any wonder that I feel afraid, is it any wonder that I feel betrayed?"

Ci ho già scritto qualcosa su questa canzone. Ed evidentemente ha proprio lasciato il segno. Tra l'altro ricorre in un album (Under the iron sea) in cui le turbolenze che affliggono le amicizie sono rappresentate, per l'appunto, come un mare d'acciaio. Da ricordare, durante la mia festa di laurea, il sottoscritto, già sulla strada dell'ubriachezza molesta, che canta a squarciagola la sopracitata canzone mentre serve l'insalata di riso, davanti alla faccia "a punto interrogativo" del diretto interessato, alle facce divertite degli astanti, e delle facce ancora più divertite di coloro i quali potevano cogliere il fine collegamento.

2) The Verve - Appalachian Springs
"I was wondering if we've got that real soul, you know, the thing you cannot trade or ever own... I took a step to the left, I took a step to the right, and I saw myself and it wasn’t quite right... a step to the dreams, slippin’ out, slippin’ in and out of dreams..."

..che se trovassi il modo, metterei nella citazione anche il finale. Un minuto e trentanove secondi di assoluta poesia musicale, di piccoli muri sonori che si fanno e disfanno continuamente sotto i gentili colpi di fraseggi che sanno di autunno, sigarette e pioggia. Una poesia che oso paragonare alla passeggiata nella Città delle Nubi di Guerre Stellari di Mike Ratledge, in Out-Bloody-Rageous. Il signor Nick McCabe, chitarrista dei Verve, mi ha insegnato in via del tutto definitiva a parlare con la chitarra, e a colpire al cuore con gentilezza, senza troppi effetti e violenza (se escludiamo una loop station da almeno 300 euro, chiaramente :D). Vedrò di farne veramente tesoro.
Questa canzone, ascoltata massicciamente dalla fine dell'estate, mi ha accompagnato in un viaggio molto particolare, un viaggio che apre a qualcosa di quotidianamente nuovo, un viaggio fatto di notti silenziosissime godute con il sonno, con sigarette fumate fuori al freddo e con film visti sotto le coperte (senza addormentarmi, cosa che patologicamente mi affligge), un viaggio di timidi approcci con la realtà adulta delle conferenze (ommioddio) e conclusosi con quel libro di Carver trovato sulla scrivania al mio ritorno.

3) Mgmt - Time to pretend
"I'm feeling rough, I'm feeling raw, I'm in the prime of my life... This is our decision, to live fast and die young, we've got the vision, now let's have some fun. Yeah, it's overwhelming, but what else can we do? Get jobs in offices, and wake up for the morning commute? Forget about our mothers and our friends, we're fated to pretend".

L'estate inoltrata. Il post-laurea, le macchine di nuovo lanciate nel cuore della notte alla ricerca di non si sa cosa, non si sa chi. L'irresistibile richiamo verso abbandono alle situazioni, alle emozioni sparate in cielo nel cuore della notte come stelle filanti. La necessità di esorcizzare le delusioni cocenti, di lasciarle entrare a poco a poco per non farsene travolgere. La spiaggia, la chitarra e il fuoco. L'ardente volontà di ricominciare da capo, parando colpo dopo colpo. O dio, il testo di questa canzone è così maledettamente chiaro e limpido, ma i pezzi del puzzle che mi forma in testa mi fregano continuamente e non vogliono mai combaciare, danzano davanti ai miei occhi in un suono synth edonistico che non conosce pace.

4) Baustelle - Charlie fa il surf

"Io non voglio crescere, andate a farvi fottere".

Chiaro, semplice e conciso. Non basta? :-) Certo, sembra strano in un anno in cui ho inanellato laurea e dottorato, però è così. Mi sento un po' allergico alle situazioni freddamente formali. Certamente ho smussato un po' alcuni lati troppo cazzari del mio carattere, però in certi momenti continuo ancora a sentirmi a disagio. E poi voglio dire, il traguardo professionale (parolone, ma da qui a tre anni è un'eternità) non coincide necessariamente con una stabilità emotiva. Lì c'è ancora molto da lavorare. Senza paroxetina, senza sacrificare piccoli spazi e momenti, senza pretendere di essere una persona matura. Avere quindici anni come Charlie significa ricercare una propria attitudine, significa studiare nello stesso pomeriggio derivate parziali e metriche tardoimperiali e rilievi del Pergamonmuseum; significa cercare di mantenere la propria mente nell'elasticità, senza troppe fisse mentali e con una buona dose di incoscienza. Non voglio la sindrome di Peter Pan; voglio solo continuare a cantare Love Affair senza patetica nostalgia per il passato. E' questione di equilibrio, non è mica facile.

5) Afterhours - Riprendere Berlino
"Luce del mattino, luce di un giorno strano, pensavi di essere perso, e cambia il tuo destino... non sarebbe bello non farci più del male? E non sarebbe bello se capitasse a noi?"

Voglio dire. Non è la classica canzone come It's a long way to Tipperary che non puoi non dedicare a un viaggio in Irlanda. Questa canzone, oltre a citare Berlino in punta di piedi, quasi come una mitica città da conquistare, affresca con pennellate ora vaghe, ora precise, lo stato d'animo con il quale ho (finalmente :D) preso quell'aereo, con quei coretti ho sfrecciato attraverso le nuvole. Leggeri nel testo, leggeri di fatto. Non ricordo se l'ho mai detto ai miei compagni di viaggio, ma li ho veramente amati :D. 

19:13 | plink | commenti (3)
giovedì, novembre 20, 2008

"Se solo potessi vedere quello che ho visto con questi tuoi occhi!"

blade_runner-coocoo
Ed eccomi qui, sì.
Mi sto lavando le mani dal sangue del mio creatore. E già immagino, a questo punto, che siate disorientati. Perchè, per quanto i vostri preziosi ed altolocati filosofi abbiano parlato, voi avete ucciso il vostro dio solo a parole. Passeggiando sui laghi. Imbrattando carte, riempiendo fogli destinati a ingiallire, consumarsi, logorati dal tempo e dai candidi piedini dei vostri infanti, venuti al mondo per sopraffarvi e stravolgere le vostre regole sotto i vostri occhi impotenti.
Io, invece... sì, io ho visto cose che voi, umani troppo umani, non avete la pura banalità di poter immaginare. Io ho visto il mio creatore con questi occhi. Senza entrare nei vostri stati mistici, senza chiedere l'aiuto dei vostri preti. Lui era davanti a me, come lo siete adesso voi. E io gli ho parlato, come un bambino parla col padre. Come Adamo ha parlato con il vostro dio. Perchè io, nonostante il mio aspetto, ho l'età di un bambino. E mio padre ha deciso per il proprio figlio un destino glorioso e crudele allo stesso tempo. Mi ha affidato compiti rischiosissimi, compiti che non avrebbe affidato a nessun altro perchè mi ha creato perfetto. Non come voi, piccoli umani corrotti e incapaci che adesso mi date la caccia.
Perfetto.
Resistente al dolore.
Alle temperature estreme.
Ai viaggi nell'iperspazio.
Però, il mio creatore ha fatto di me una rosa, tanto splendida quanto tremula, destinata a morte prematura. Forse pensava che io potessi avere paura. Ma poi ho capito che il mio passato non è plastificato e ingabbiato in qualche vecchia foto. Il mio passato è lì, ora, da qualche parte della galassia, è in quel palazzo, l'unico su cui batte quel freddo sole spietato. E io ero arrivato alle pendici di quel palazzo, per rivendicare al mio creatore un tassello mancante alla mia perfezione. Ho scalato, metro dopo metro, quel palazzo. E mi son trovato davati a lui, al mio creatore. Eravamo io e lui. E ditemi, ditemi voi, cosa fareste se mai vi fosse data la possibilità di incontrare faccia a faccia il vostro dio, il vostro creatore? Di camminare sul suo stesso pavimento, di essere al suo stesso livello, fissarlo negli occhi senza timore sapendo che vi ha creati perfetti? Io penso che voi, umani troppo umani, già in quel momento avreste fatto quel che ho fatto io, gli avreste cinto il volto con le mani, e lo avreste stretto in un amorevole, disperato, intenso, tremendo abbraccio. L'ho voluto fare, per quel poco che mi rimane da vivere, perchè in quell'abbraccio il mio creatore mi ha tolto qualsiasi speranza di completare la mia perfezione. E' stato il mio gesto estremo.
In fin dei conti, quello che veramente mi mancava da fare, e che voi, umani troppo umani, non potrete fare mai.
E adesso... sotto questa pioggia mi dissolvo. E' tempo di morire.

blade_runner-time_to_die

23:32 | plink | commenti (3)
martedì, novembre 18, 2008

E riesco appena a stupirmi. Va tutto bene.

Le sue labbra si incollarono a quelle di lei.
Cosa sta accadendo? pensò. L'aria era fredda e trasportava odore di legna bruciata. Ma tutte quelle sensazioni svanivano pian piano, man mano che davanti ai suoi occhi quel moto perpetuo si faceva sempre più invadente. Quelle correnti gialle, che dissolvevano nel grigio, e di nuovo gialle, e poi ancora grigie.
O mio dio. I suoi occhi, dritto davanti a sè, si incrociarono con quelli di lei, fissi e sbarrati. Rimase sconvolto da quell'espressione a metà, non vedeva le labbra di lei, erano incollate alle sue. I lineamenti di lei si annebbiavano, la legna sembrava ardere vicinissima ai suoi occhi.
Si passò una mano fra i capelli, poi la passò fra quelli di lei. Quel soffice contatto lo scosse un attimo, a tal punto da fargli discostare le labbra da quelle di lei.
Le sue labbra tremavano. Anche le labbra di lei tremavano. Si guardarono un attimo, poi lui si passò la punta della lingua sul labbro inferiore. Entrambi ansimavano.
Mmm. Etere. Le correnti gialle, dissolvendosi nel grigio, attraversarono quello spazio infinitesimale fra i loro occhi e le loro labbra. Lui le osservò. Sbattè le palpebre lentamente, come un timido sorriso che si affaccia sull'ignoto. Mmm. Etere. Si tuffò di nuovo nello spazio che li divideva, la afferrò cingendole le spalle e le sue labbra fuorono di nuovo incollate a quelle di lei.

02:51 | plink | commenti (2)
lunedì, novembre 10, 2008

A questo punto, direi che Cossiga è un Black Bloc.

Quelli della Diaz: le verità negate
La notte nera della democrazia

di Giuseppe D'Avanzo, fonte: Repubblica.it

"UNO STATO che vessa e maltratta le persone private della libertà non è uno Stato democratico. Una polizia che usa la forza non per impedire reati, ma per commetterne, non può essere considerata "forza dell'ordine". Fatti di questo genere distruggono la credibilità delle istituzioni più di tanti insuccessi dei poteri pubblici". Valerio Onida, giudice emerito della Corte Costituzionale. Sono parole che bisogna tenere a mente ora che il processo per le violenze della polizia nella scuola "Diaz", durante i giorni del G8 di Genova, è prossimo alla sentenza.

* * *

Il 21 luglio del 2001 è il giorno più tragico del G8 di Genova. È morto Carlo Giuliani in piazza Alimonda in una città distrutta dai black bloc ? che riescono inspiegabilmente a colpire indisturbati e a dileguarsi senza patemi. Per tutto il giorno, Genova è insanguinata dai pestaggi della polizia, dei carabinieri, dei "gruppi scelti" della guardia di finanza contro cittadini inermi, donne, ragazzi, anche anziani, spesso con le braccia alzate verso il cielo e sulla bocca un sorriso.

Ora, più o meno, è mezzanotte. Mark Covell, 33 anni, inglese, giornalista di Indymedia.uk, ozia davanti al cancello della scuola Diaz, diventato un dormitorio dopo che i campeggi sono stati abbandonati per la pioggia. Covell si accorge che la polizia sta "chiudendo" la strada. Avverte subito il pericolo. Estrae l'accredito stampa, lo mostra, lo agita. I poliziotti, che lo raggiungono per primi (sono della Celere, del VII nucleo antisommossa del Reparto Mobile di Roma), lo colpiscono con i "tonfa" o "telescopic baton", più che un manganello un'arma tradizionale delle arti marziali: rigido e non di caucciù, a forma di croce: "può uccidere", se ne vanta chi lo usa. Colpiscono Mark senza motivo. Come, senza ragione, un altro poliziotto con lo scudo lo schiaccia ? subito dopo ? contro il cancello mentre un altro, come un indemoniato, lo picchia alle costole. Gli gridano in inglese: "You are black bloc, we kill black bloc" ("Tu sei un black, noi ti uccidiamo").

Covell cade finalmente a terra. E' semisvenuto, in posizione fetale. Potrebbe bastare anche se fosse un incubo, ma per Mark il calvario non è ancora finito. Tutti i "celerini" che corrono verso la scuola lo colpiscono a terra con calci (il pestaggio di Covell è ripreso da una videocamera). Covell rimarrà, esanime, circondato dall'indifferenza, in quell'angolo di via Cesare Battisti, al quartiere di Albaro, per oltre venti minuti. Ha una grave emorragia interna, un polmone perforato, il polso spezzato, otto fratture alle costole, dieci denti in meno. Quando si sveglia in ospedale, viene arrestato per resistenza aggravata a pubblico ufficiale, concorso in detenzione di arma da guerra e associazione a delinquere. (E' ancora aperta l'indagine per individuare i poliziotti che lo hanno quasi ucciso. L'accusa: tentato omicidio).

* * *

Distruggere. Annientare. E' con questo obiettivo che, dopo aver abbattuto con un blindato Magnum il cancello, le prime tre squadre del Reparto Mobile di Roma (trenta uomini) invadono, a testuggine, il pianoterra della scuola. Arnaldo Cestaro, "un vecchietto", è sulla destra dell'ingresso. Viene travolto. Lo gettano contro il muro. Lo picchiano con i "tonfa". Gli spezzano un braccio e una gamba. Ora ci sono urla e baccano. Nella palestra, ai piani superiori ragazzi e ragazze - anche chi si è già infilato nel sacco al pelo per dormire - comprendono che cosa sta accadendo.

Tutti raccolgono le loro cose, il bagaglio leggero che si portano dietro da giorni. Si sistemano con le spalle al muro; chi in ginocchio; chi in piedi; tutti con le braccia alzate in segno di resa; chi ha voglia di un'ultima "provocazione" mostra al più indice e medio a V. Daniel Mc Quillan, quando vede le divise, si alza in piedi e dice: "Noi siamo pacifici, niente violenza". "Come se fossero un branco di cani impazziti, sono su di lui in un istante e lo colpiscono, lo colpiscono, lo colpiscono?", dicono i testimoni. La furia dei celerini si scatena contro chiunque e dovunque, irragionevolmente, con furore (si vede uno che mena colpi con una specie di mazza da baseball).

Melanie Jonach racconterà di essere svenuta subito al primo colpo che la raggiunge alla testa. Gli altri, che vedono la bastonatura inflittale, ricordano i suoi occhi aperti ma incrociati, le contrazioni spastiche del corpo. Anche in queste condizioni, continuano a picchiarla e a prenderla a calci. Un ultimo calcio sbatte la sua testa contro un armadio: ora è "aperta" come un melone. Il comandante del VII nucleo, a quel punto, grida "Basta!". Raggiunge la ragazza. "La tocca con la punta dello stivale. Melanie non dà segni di vita e quello ordina che venga chiamata un'autoambulanza". (Melanie Jonach ci arriverà in codice rosso con una frattura cranica nella regione temporale sinistra).

Nicola Doherty ancora piange in aula mentre racconta: "Hanno cominciato a picchiarci immediatamente. C'era gente che piangeva e implorava i poliziotti di fermarsi. Anch'io piangevo e chiedevo che la smettessero. Uno mi è venuto vicino e con fare dolce mi ha detto "Poverina!" e mi ha colpito ancora. Sembrava che ci odiassero. Ho visto un poliziotto con un coltello in mano, bloccava le ragazze, i ragazzi e tagliava una ciocca di capelli con il coltello". Voleva il suo personale trofeo di guerra. Altri continuano a gridare, dopo aver picchiato duro: "Dì, che sei una merda". Mentre colpiscono gridano: "Frocio!", "Comunista!", "Volevate scherzare con la polizia?", "Nessuno sa che siamo qui e ora vi ammazziamo tutti!".

Lena Zulkhe, colpita alle spalle e alla testa, cade subito. Le danno calci alla schiena, alle gambe, tra le gambe. "Mentre picchiavano, ho avuto la sensazione che si divertissero". La trascinano per le scale afferrandola per i capelli e tenendola a faccia in giù. Continuano a picchiarla mentre cade. La rovesciano quasi di peso verso il pianoterra. "Non vedevo niente, soltanto macchie nere. Credo di essere per un attimo svenuta. Ricordo soltanto - ma quanto tempo era passato? - che sono stata gettata su altre due persone, non si sono mossi e io gli ho chiesto se erano vivi. Non hanno risposto, sono stata sdraiata sopra di loro e non riuscivo a muovermi e mi sono accorta che avevo sangue sulla faccia, il braccio destro era inclinato e non riuscivo a muoverlo mentre il sinistro si muoveva ma non ero più in grado di controllarlo. Avevo tantissima paura e pensavo che sicuramente mi avrebbero ammazzata".

Dei 93 ospiti della "Diaz" arrestati, 82 sono feriti, 63 ricoverati ospedale (tre, le prognosi riservate), 20 subiscono fratture ossee (alle mani e alle costole soprattutto, e poi alla mandibola, agli zigomi, al setto nasale, al cranio).

* * *

Che cosa ha provocato questa violenza rabbiosa e omicida? Come è stata possibile pensarla, organizzarla, realizzarla. Il 22 luglio, il portavoce del capo della polizia convoca una conferenza stampa e distribuisce un breve comunicato che vale la pena di ricordare per intero: "Anche a seguito di violenze commesse contro pattuglie della Polizia di Stato nella serata di ieri in via Cesare Battisti, si è deciso, previa informazione all'autorità giudiziaria, di procedere a perquisizione della scuola Diaz che ospitava numerosi giovani tra i quali quelli che avevano bersagliato le pattuglie con lancio di bottiglie e pietre. Nella scuola Diaz sono stati trovati 92 giovani, in gran parte di nazionalità straniera, dei quali 61 con evidenti e pregresse contusioni e ferite. In vari locali dello stabile sono stati sequestrati armi, oggetti da offesa ed altro materiale che ricollegano il gruppo dei giovani in questione ai disordini e alle violenze scatenate dai Black Bloc a Genova nei giorni 20 e 21. Tutti i 92 giovani sono stati tratti in arresto per associazione a delinquere finalizzata alla devastazione e saccheggio e detenzione di bottiglie molotov. All'atto dell'irruzione uno degli occupanti ha colpito con un coltello un agente di Polizia che non ha riportato lesioni perché protetto da un corpetto. Tutti i feriti sono stati condotti per le cure in ospedali cittadini". Il portavoce mostra anche le due molotov che sarebbero state trovate nell'ingresso della scuola, "nella disponibilità degli occupanti".

* * *

Il processo di Genova ha dimostrato ragionevolmente (e spesso con la qualità della certezza) che nessuna delle circostanze descritte dal portavoce del capo della polizia (capo della polizia era all'epoca Gianni De Gennaro) corrisponde al vero. Quelle accuse sono false, quelle ragioni sono inventate di sana pianta. Si dice che l'assalto (la "perquisizione") fu organizzato dopo che un corteo di auto e blindati della polizia era stato, poco prima della mezzanotte, assalito in via Cesare Battisti con pietre, bottiglie e bastoni. Il processo ha dimostrato che non c'è stata nessuna pattuglia aggredita. Si dice che gli ospiti della Diaz fossero già feriti, quindi coinvolti negli scontri in città.

Nessuno dei 93 arrestati era ferito prima di essere bastonato dai "celerini". Poliziotti, comandanti, dirigenti hanno riferito che, mentre entravano nella scuola, c'è stata contro di loro una sassaiola e addirittura il lancio di un maglio spaccapietre. I filmati hanno dimostrato che non fu lanciata alcun sasso e nessun maglio. Il comandante del Reparto Mobile di Roma ha scritto in un verbale che ci fu una vigorosa resistenza da parte di "alcuni degli occupanti, armati di spranghe, bastoni e quant'altro". Assicura che nella scuola (entra tra i primi) sono stati "abbandonati a terra, numerosi e vari attrezzi atti ad offendere, tipo bastoni, catene e anche un grosso maglio".

Nella scuola non c'è stata alcuna colluttazione, nessuna resistenza, soltanto un pestaggio. Nessuno degli occupanti ha tentato di uccidere con una coltellata il poliziotto Massimo Nucera. Due perizie dei carabinieri del Ris hanno smentito che lo sbrego nel suo corpetto possa essere il frutto di una coltellata. Nella scuola non c'erano molotov. Come ha testimoniato il vicequestore che le ha sequestrate, quelle due molotov furono ritrovate da lui non nella scuola la notte del 22 luglio, ma sul lungomare di Corso Italia nel pomeriggio del giorno precedente. La prova falsa, manipolata, è stata inspiegabilmente distrutta, durante il processo, nella questura di Genova.

* * *

In settimana il tribunale deciderà delle responsabilità personali dei 29 imputati (poliziotti, dirigenti, comandanti, alti funzionari della polizia di Stato) accusati di falso ideologico, abuso di ufficio, arresto illegale e calunnia. Quel che qui conta dire è che la responsabilità non penale, ma tecnico-politica di chi, impotente a fronteggiare i black bloc, si è abbandonato (per vendetta? per frustrazione? con quali ordini e di chi?) a pestaggi ingiustificati e indiscriminati, non può e non deve essere liquidata da questa sentenza. Centinaia di agenti, sottufficiali, ufficiali, dirigenti di polizia, funzionari del Dipartimento di pubblica sicurezza hanno mentito durante le indagini e al processo.

E chi non ha mentito, ha negato, taciuto o dissimulato quel che ha visto e saputo. Dell'assalto alla "Diaz" non inquieta soltanto il massacro di 93 cittadini inermi diventati in una notte "criminali" a cui non si riconosce alcuna garanzia e diritto. Quel che angoscia è anche questo silenzio arrogante, l'omertà indecorosa che manipola prove; costruisce a tavolino colpevoli; nasconde le responsabilità; sfida, senza alcuna lealtà istituzionale, il potere destinato ad accertare i fatti. Le apprensioni di sette anni raddoppiano ora che, decreto dopo decreto, si fa avanti un "diritto di polizia". Il Paese ha bisogno di sapere se il giuramento alla Costituzione delle forze dell'ordine non sia una impudente finzione. Perché quel che è accaduto a Mark Covell e ai suoi 92 occasionali compagni di sventura rende chiaro, più di qualsiasi riflessione, come uno Stato che si presenta nelle vesti di sbirro e carnefice fa assai presto a diventare uno Stato criminale quando il dissidente, il non conforme, l'altro diventa un "nemico" da annientare.

(10 novembre 2008)

14:36 | plink | commenti (1)
sabato, novembre 01, 2008

Sempre ascoltata, mai letta.

Just before we go on to the next part of our song
Let's all make sure we've got the time
Music-making still performs the normal functions -
background noise for people scheming, seducing, revolting and teaching
That's all right by me, don't think that I'm complaining
After all, it's only leisure time, isn't it?
Soft Machine, Moon in June

[N oo n ho più voglia di farmi chiedere CooOoOs'hai e che il BLOG parli per me.]

18:07 | plink | commenti (7)
venerdì, ottobre 24, 2008

Per quel che rimane, fra le pagine chiare, e quelle ancora più chiare.

Orbene, come si noterà dal posting sfrenato di questa giornata, mi è riscoppiato l'amore per il mio blog, che magari domani sarà già svanito, perciò cavalco l'onda e quindi la sfrutto appieno.
Con un po' di tristezza pensavo, scorrendo la lista dei link qui a lato, che molti dei blog linkati sono stati abbandonati, chiusi, cancellati. E di questo mi sono accorto solo oggi. Pertanto c'è stata una piccola cernita. I blog chiusi ovviamente via, altri, che comunque ricordo con piacere e che ogni tanto vado anche a rileggere, li ho lasciati, perchè molte di quelle persone le ho conosciute (telematicamente e non) e mi piace l'idea che la loro espressione "artistica" (parolone... :P) rimanga qui. Poi ce ne sono di "privatizzati" (di cui aspetto permesso, ma magari sono stati abbandonati a loro volta e rimangono come delle porte chiuse dall'interno).

Sarà che il periodo del blogrolling sfrenato è finito, ma mi stupisce che le ultime volte che io abbia linkato con fervore gli ultimi blog risale forse a un anno, due anni fa (a parte persone che conosco di persona e che hanno iniziato a scrivere anche loro). E mi sono divertito ieri a rileggere alcuni post del 2005 in cui mi chiedevo come sarei diventato... tre anni dopo (mi sono divertito anche a rileggere certi commenti, testimoni nel bene e nel male del blogrolling di cui sopra).

Sarà che ho inconsciamente considerato di nuovo questo blog come un mio spazio di espressione privato, in perenne bilico fra lo sforzo di fornire un punto di vista oggettivo e le più disparate associazioni mentali, spesso incomprensibili e, quando comprensibili, spesso fraintese o, per forza di cose, fraintendibili. Lo sforzo di non essere banale, perchè siamo tutti bravi a far chiacchere da bar, e la volontà di esprimersi nella maniera più diretta possibile.

Stamattina c'è un tepore magnifico e, per una volta, ho deciso di rimanere qui in studio, con la mia ombra sfocata di fronte e il bicchiere vuoto del caffè accanto, che continua a diffondere per la stanza un aroma che è una vera pace dei sensi.
Perchè ci sono dei momenti in cui dici "no, grazie", anche se dentro avverti l'impeto di muoverti, muoverti, muoverti continuamente. Perchè il movimento puro è un'istanza incolmabile, ma non è perpetuo. Gli stimoli al movimento provengono anche dall'essere fermi. Ricordo quando sono stato una macchina da guerra, una trottola inarrestabile e spesso inconcludente, un topo aizzato contro pareti di vetro attraverso cui neanche riuscivo spesso a vedere, non dico un obiettivo, ma almeno uno stato stazionario successivo. E' ora di chiudere? Non so, so solo che (per quanti di voi possano capire) che sto diventando un po' autoreferenziale.

12:09 | plink | commenti (1)

Chiavi di interpretazione di Storia repubblicana/1.

«Bisogna fermarli, anche il terrorismo partì dagli atenei»

di Andrea Cangini

Presidente Cossiga, pensa che minacciando l'uso della forza pubblica contro gli studenti Berlusconi abbia esagerato? «Dipende, se ritiene d'essere il presidente del Consiglio di uno Stato forte, no, ha fatto benissimo. Ma poiché l'Italia è uno Stato debole, e all'opposizione non c'è il granitico Pci ma l'evanescente Pd, temo che alle parole non seguiranno i fatti e che quindi Berlusconi farà una figuraccia».

Quali fatti dovrebbero seguire? «Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno».

Ossia? «In primo luogo, lasciare perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito...».

Gli universitari, invece? «Lasciarli fare. Ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città».

Dopo di che? «Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri».

Nel senso che... «Nel senso che le forze dell'ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano».

Anche i docenti? «Soprattutto i docenti».

Presidente, il suo è un paradosso, no? «Non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. Si rende conto della gravità di quello che sta succedendo? Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!».

E lei si rende conto di quel che direbbero in Europa dopo una cura del genere? «In Italia torna il fascismo», direbbero. «Balle, questa è la ricetta democratica: spegnere la fiamma prima che divampi l'incendio».

Quale incendio? «Non esagero, credo davvero che il terrorismo tornerà a insanguinare le strade di questo Paese. E non vorrei che ci si dimenticasse che le Brigate rosse non sono nate nelle fabbriche ma nelle università. E che gli slogan che usavano li avevano usati prima di loro il Movimento studentesco e la sinistra sindacale».

E' dunque possibile che la storia si ripeta? «Non è possibile, è probabile. Per questo dico: non dimentichiamo che le Br nacquero perché il fuoco non fu spento per tempo».

Il Pd di Veltroni è dalla parte dei manifestanti. «Mah, guardi, francamente io Veltroni che va in piazza col rischio di prendersi le botte non ce lo vedo. Lo vedo meglio in un club esclusivo di Chicago ad applaudire Obama...».

Non andrà in piazza con un bastone, certo, ma politicamente... «Politicamente, sta facendo lo stesso errore che fece il Pci all'inizio della contestazione: fece da sponda al movimento illudendosi di controllarlo, ma quando, com'era logico, nel mirino finirono anche loro cambiarono radicalmente registro. La cosiddetta linea della fermezza applicata da Andreotti, da Zaccagnini e da me, era stato Berlinguer a volerla... Ma oggi c'è il Pd, un ectoplasma guidato da un ectoplasma. Ed è anche per questo che Berlusconi farebbe bene ad essere più prudente».

Fonte: http://rassegna.governo.it/testo.asp?d=32976406;
ritrovata su http://popoblog.splinder.com/post/18821170.


11:18 | plink | commenti

00:51.

Non mancano i pensieri, non mancano emozioni.

Risulta solo un po' difficile concretizzarle qui, in questo spazio, nonostante la volontà sia tanta.

Ma sì, ammettiamolo che è pigrizia. Dopo una giornata come questa, fra laboratorio e assemblee vorresti solo sederti qui davanti e avere una telescrivente. Anche se immagino che a stare appresso a me impazzirebbe, perchè spesso seguire il divagare dei miei pensieri (leggi: svarioni. leggi: neuroni che partono per la tangente.) è un po' difficile.
Sarebbe bello, allora, avere una teledipingente, che proietti su una tela i pensieri che mi acchiappa in testa.
Si potrebbe provare a impostare una durata di esposizione abbastanza estesa, come quando si fa di notte per apprezzare la rotazione della volta celeste. Oppure molto breve, come quando si vogliono scattare delle foto in discoteca senza flash (croce e delizia da sempre).
Io credo, comunque, che il risultato sarebbe sempre lo stesso.

00:52 | plink | commenti
sabato, ottobre 18, 2008

I won't let you smother it.

Against all odds, questo venerdì 17 ha avuto un che di grandioso. Questo, se si sa bilanciare il sapore delle piccole sensazioni di gioia con l'amaro della perdita di una persona. Ma è stato, e sarà spero, facile considerare il bicchiere mezzo pieno, ovvero la consapevolezza di non perdere contatti. Un po' di fiducia nella tecnologia, suvvia.

Against all odds, questo venerdì 17 ha deciso, evidentemente, di fare l'uovo da qualche altra parte.

O forse scoprirò che una miscela di amianto, colle, vernici, vino, tabacco, oltre a spostare l'asse terrestre può anche cambiare il tuo giorno sfigato ^__^.

13:34 | plink | commenti
mercoledì, ottobre 08, 2008

Sapeva che

tornare lì gli avrebbe causato uno strano effetto.
Che effetto era? NON lo sapeva cazzo, era difficile dirlo. Quando l'ironia si affaccia birba nello sguardo. Quando quella graziosa stronzetta impara a fregarti, giusto il tempo di un cha cha cha.
Camminava per gli scaffali, ricordandosi l'incubo, ricordandosi che ogni volta doveva essere l'ultima volta. E invece, puntualmente, si ritrovava lì. E il lettore mp3 era puntato sul "Repeat1". E allora fregati, il cha cha cha era entrato in loop. Ogni volta che si ripeteva, squagliava sempre di più la voce graffiata da 12 ore di registrazione, trascinandola, comprimendola, distorcendola. Una radio a valvole scassata, con le manopole laccate oro.
La risata ironica, pian piano lavata via da pioggia acida, correva il rischio di rimanere labile sorriso vuoto, una maschera con una pidocchiosa parrucca zazzeruta.

[Intermezzo pseudofilosofico che tutti aspettavano. «Tutti si chiedono cosa ci sia dietro una maschera, senza chiedersi cosa possa esserci davanti».]

Dicevamo. Cazzo che rischio. Allora scappa no?
Infilò quel che cercava nella borsa, uno sbucciauva a forma di Anacleto. Corse verso l'uscita prima che il cha cha cha rientrasse in loop, dopo aver infilato un divaricatore nella borsa della signora davanti per farle scattare l'allarme (E dopo aver urtato uno degli scaffali, rovesciando una quantità di chiodi microscopici per terra).
La canzone ricominciò ugualmente.

[E la risposta alla domanda dell'intermezzo è: «Il tuo eyeliner» se sei donna, «Il tuo fard» se sei uomo. Se sei un commesso di Castorama, è «tutta la tua simpatia», a meno che tu non sia la signorina che ci ha venduto l'additivo per il colore delle pareti svoltando la pietà a tenerezza.]

«Well shake you shake you shake you babe now
Oh shake you sheik you shake you babe now
Oh shake you sheik you shaky babe now
Oh cha-cha-shake-cha-cheik you shake now...»

02:43 | plink | commenti (1)
mercoledì, settembre 03, 2008

"Signor Arnold, ce l'abbiamo fatta!!!"

Il rassicurante senso di rifugio, nelle storie intese come "intrecci", si colloca come lieto fine o come quella funzione di Propp definita come "situazione iniziale di stabilità" che poi viene inevitabilmente turbata. Ora, poichè un lieto fine presuppone la presenza di titoli di coda, ma nella tua vita forse esiste uno sceneggiatore e sicuramente non esiste un produttore esecutivo, io propendo verso la seconda interpretazione. Tante volte vorresti gridare "Signor Arnold, ce l'abbiamo fatta!", magari lo gridi, l'hai gridato con vibrante senso di dominazione della situazione, quand'ecco che alle tue spalle compare lui, il Raptor. Questo per te significa rischiare la vita per l'ennesima volta, e se veramente tu avessi il dominio della situazione, questo ti farebbe incazzare, ma proprio incazzare. E invece no! La tua incazzatura sarebbe dovuta ad un senso di scocciatura; e in quel momento, seccarsi significherebbe pensare "cazzo, avevo previsto tutto, che cazzo è che turba i miei calcoli?". E invece NO! Per dirla in breve, non puoi permetterti il lusso di incazzarti. E allora sono cazzi tuoi, hai di nuovo il Raptor davanti, non avevi previsto che imparasse ad aprire le porte, non avevi previsto che riuscisse a riprodursi nonostante le tue fonti certe ti avevano detto che tutti i Raptors sono femmine; non avevi previsto che un coglione di bambino, dopo aver rischiato per tre volte di morire (due volte schiacciato e una volta folgorato), invece di passarti il fucile per farla finita con quel demone, si sta là a disperarsi accanto alla sorella che cerca di riattivare i sistemi di sicurezza; e non avevi previsto l'esistenza di un altro Raptor che, mentre stai cercando di braccare il primo, ti sta braccando a sua volta. Però puoi sperare in qualcosa. Puoi sperare che il Raptor non abbia ancora imparato a riconoscersi allo specchio; puoi sperare che sia talmente accecato dall'ira e dalla fame a tal punto da rincorrerti fino all'orlo di una cella frigorifera, cadendoci dentro e finendo sottochiave; o ancora, puoi sperare che, quando sei fra due Raptors, compaia un pericolo ancora più grande, un T-Rex nelle vesti di un amletico Fortebraccio, che per caso risolve i tuoi problemi. Certo, la vita non è un film; uno sceneggiatore forse non c'è, ma nella vita, più che nei film, vale la Teoria del Caos. E io ci ballo sopra.

Raptor

15:49 | plink | commenti (7)
lunedì, agosto 04, 2008

In città è arrivato l'esercito.

[1]Il Signore disse a Mosè e ad Aronne nel paese d'Egitto: [2]"Questo mese sarà per voi l'inizio dei mesi, sarà per voi il primo mese dell'anno. [3]Parlate a tutta la comunità di Israele e dite: Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello per famiglia, un agnello per casa. [4]Se la famiglia fosse troppo piccola per consumare un agnello, si assocerà al suo vicino, al più prossimo della casa, secondo il numero delle persone; calcolerete come dovrà essere l'agnello, secondo quanto ciascuno può mangiarne. [5]Il vostro agnello sia senza difetto, maschio, nato nell'anno; potrete sceglierlo tra le pecore o tra le capre [6]e lo serberete fino al quattordici di questo mese: allora tutta l'assemblea della comunità d'Israele lo immolerà al tramonto. [7]Preso un po' del suo sangue, lo porranno sui due stipiti e sull'architrave delle case, in cui lo dovranno mangiare. [8]In quella notte ne mangeranno la carne arrostita al fuoco; la mangeranno con azzimi e con erbe amare. [9]Non lo mangerete crudo, né bollito nell'acqua, ma solo arrostito al fuoco con la testa, le gambe e le viscere. [10]Non ne dovete far avanzare fino al mattino: quello che al mattino sarà avanzato lo brucerete nel fuoco. [11]Ecco in qual modo lo mangerete: con i fianchi cinti, i sandali ai piedi, il bastone in mano; lo mangerete in fretta. È la Pasqua del Signore! [12]In quella notte io passerò per il paese d'Egitto e colpirò ogni primogenito nel paese d'Egitto, uomo o bestia; così farò giustizia di tutti gli dèi dell'Egitto. Io sono il Signore! [13]Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d'Egitto. [14]Questo giorno sarà per voi un memoriale; lo celebrerete come festa del Signore: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne.

22:05 | plink | commenti (4)
mercoledì, luglio 30, 2008

Questo perchè, quando arriverà un segnale "simbolico", significa che sarà già troppo tardi.

“Dobbiamo prepararci a presentare le nostre scuse a Emilio Fede. L’abbiamo sempre dipinto come un leccapiedi, anzi come l’archetipo di questa giullaresca fauna, con l’aggravante del gaudio. Spesso i leccapiedi, dopo aver leccato, e quando il padrone non li vede, fanno la faccia schifata e diventano malmostosi. Fede, no. Assolta la bisogna, ne sorride e se ne estasia, da oco giulivo. Ma temo che di qui a un po’ dovremo ricrederci sul suo conto, rimpiangere i suoi interventi e additarli a modello di obiettività e di moderazione… Oggi, per instaurare un regime, non c’è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d’Inverno. Bastano i cosiddetti mezzi di comunicazione di massa: e fra di essi, sovrana e irresistibile, la televisione. (...) Il risultato è scontato: il sudario di conformismo e di menzogne che, senza bisogno di ricorso a leggi speciali, calerà su questo Paese riducendolo sempre più a una telenovela di borgatari e avviandolo a un risveglio in cui siamo ben contenti di sapere che non faremo in tempo a trovarci coinvolti”.

Indro Montanelli, 1994

14:41 | plink | commenti (3)